Sotto gli occhi della Maga Circe

Sotto gli occhi della Maga Circe

La giornata di lavoro del pescatore inizia quando in cielo c’è la luna e il mare non si illumina con i raggi del sole. Raffaele Marigliani al porto lo conoscono come il “papa”, soprannome ereditato dal padre per via di un incidente alla mano che l’ha lasciata priva di due dita. «Quando la agita - dicono al porto - sembra il papa che benedice». Raffaele il “papa” è il comandante della paranza “Maria Sorella”. Alle due di notte armeggia sulla poppa della sua imbarcazione, attraccata al porto di Terracina. Dopo qualche minuto arriva il suo equipaggio: c’è Stefano, una vita dedicata al mare; e Marzouki, tunisino di nascita, spinto da chissà quale destino al porto a farsi le mani gonfie di freddo e la pelle solcata dalle rughe, segno di una vita vissuta a faticare. In tre si può partire, hanno tutto l’occorrente per sciogliere le funi e mettere in moto il motore. È la fine di maggio, le temperature cominciano a farsi miti ma guai a fidarsi troppo: in mare aperto, in piena notte, il freddo penetra sotto i vestiti e pizzica. Il “papa” si mette all’opera e dà disposizioni. Si parte, la nottata di lavoro inizia così, con una strigliata all’equipaggio e la speranza che il mare oggi conceda ai pescatori buoni frutti. Stefano ci da subito dentro con la rete, aiutato da Marzouki. Dalla cabina di comando, Raffaele porta la paranza al largo e arriva nel punto prestabilito. Finalmente si può calare la rete in mare, operazione delicata questa. La prima “tirata” è quella più importante, può segnare le sorti di un’intera giornata di lavoro. Con la rete in mare, Stefano e Marzouki possono andare a riposare, Raffaele invece torna in regia, allunga le gambe sul tavolo dei comandi e guarda l’orizzonte, mentre la barca si inclina: non chiuderà occhio fino al pomeriggio successivo, quando la barca sarà tornata al molo di Terracina. Il comandante deve essere sempre sveglio, e lui i panni del timoniere non se li scuce mai di dosso. Il riposo di Stefano dura poco, risvegliato all’alba dall’aroma del caffè sprigionato dalla moca. Il compagno tunisino si è svegliato poco prima e ha messo su il caffè. Intanto, con un sorriso che racconta una vita intera, si affaccia dalla paranza. Tra le dita la prima sigaretta della giornata dopo il risveglio dal breve sonno. Il mare è calmo, il sole sta sorgendo, il sapore del tabacco è il buongiorno del pescatore. L’equipaggio è pronto per ritirare la rete sulla poppa della paranza. Dal mare escono fuori chilate di pesce e non solo. Terra, qualche detrito, pesci di ogni tipo. Con cura ed esperienza selezionano il pesce, lo separano dagli scarti. Tutto succede mentre alle spalle il promontorio del Circeo, all’alba, è un panorama che lascia basiti, mentre i gabbiani a stormi circondano la paranza a caccia del loro cibo. Conclusa la selezione del pesce, si fa spazio sulla poppa. Stefano spara acqua e fa piazza pulita di ogni cosa, Marzouki è pronto per la seconda calata delle reti in mare. Si va avanti così tutto il giorno, per quattro o cinque “tirate” di reti. È il periodo del dentice, pesce buono e saporito. Ma stavolta il mare ci regala anche alici, altri pesci, salta fuori un polipo enorme. Stefano e Marzouki lo afferrano per i tentacoli e lo lanciano in una cassetta pronta a portalo dritto dritto all’asta del pesce, che si svolgerà nel pomeriggio. Quel polipo insieme a tutto l’altro ben di Dio tirato fuori dalle reti finirà sulle tavole dei ristoranti, impiattato da chef di professione con tutta la cura possibile. Poche ore prima le mani dei pescatori l’avevano tirato fuori dall’acqua con la forza. Certo che è strano pure il destino del polipo. A mezzogiorno sono passate già dieci ore che il “papa” e i suoi sono in mare. È arrivato il momento di mangiare. Oggi è il turno di Marzouki, cucina lui. Pasta con i frutti di mare, questo passa la tavola, e non poteva essere diversamente. Il tunisino si sceglie i frutti di mare dalle cassette, li lava con l’acqua salata per conservare tutto il sapore del mare e prepara il sugo. Un piatto abbondante di pasta per tre e si ricomincia a lavorare. Ancora una “tirata” di rete, il pesce viene incassettato, ultima pulizia a poppa: alle quattro di pomeriggio la “Maria Sorella” è in porto, attraccata al suo posto. Non è stata una giornata di gloria per Raffaele e gli altri, il mare non ha dato il meglio di sé. Ma non ci si può neppure lamentare. Le cassette di pesce fresco finiscono all’asta, per fortuna si battono prezzi buoni. L’equipaggio può rompere le righe e godersi il meritato riposo, peccato sia sempre così breve. Alle due di notte dovranno rivedersi puntuali sulla banchina, pronti a salpare per un’altra giornata di lavoro, sotto la luna a tracciare la rotta della paranza del “papa”. Il pescatore dorme poco, ha molto da faticare, e dalla domenica notte al venerdì pomeriggio passa più tempo in mare che sulla terraferma. Questa è la storia di Raffaele che chiamano “papa”, di Stefano che mette la sua tuta gialla con l’orgoglio di chi sa che il suo è un mestiere pieno di dignità, e di Marzouki che arrivando dalla Tunisia forse non sapeva che sarebbe finito a fare il pescatore di paranza. Il suo sorriso allo spuntare del sole con lo sguardo perso nel mare è la poesia della vita che si muove al ritmo delle onde. Per tutti gli altri c’è la terraferma.     

 

Testo di Francesco Avena

Foto di Antonio Masiello

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