L'Isola che non c'era

L'Asinara. L’isola che non c’era.

Che era qui, sotto gli occhi di tutti ma era come se non ci fosse. Ci lavorava da carabiniere il padre di un mio compagno di scuola e non ne parlava mai di quella che chiamavano l’Isola del Diavolo, appena era sulla terraferma le girava le spalle.

(nella foto, l'isola dell'Asinara vista da Capo Falcone, Stintino)


Perché l’Asinara è stata un villaggio di pescatori per poco e poi avamposto militare, campo di concentramento, stazione di quarantena, lebbrosario, luogo di confino e carcere, tanto carcere.

Ora è un parco ed è tornata. Può mostrare al mondo la sua bellezza lasciata quasi intatta e selvaggia da secoli di “uso diverso”, i suoi endemismi sia floreali che faunistici (gli asini bianchi, i più famosi di tutti) e ovunque le tracce di una sofferenza profonda, assoluta, giusta o ingiusta che fosse. Perché se arrivavi qui era per essere dimenticato.

(nella foto, è facile incontrare gli asinelli, sia gli albini che il più comune asinello sardo; i primi però sono molto timidi e riservati)


Ci sono molti modi per visitare il parco (noi abbiamo noleggiato una microcar elettrica) e molte chiavi di lettura a cui l’Asinara si offre. Banalmente, stando l’isola proprio di fronte a una delle spiagge più belle del mondo, la Pelosa, si potrebbe essere tentati di ricercarne qua i colori e l’incanto senza possibilmente tutto l’affollamento che c’è di là. Ma qui gli angoli più belli e incontaminati sono per fortuna sotto un protezione integrale e venire all’Asinara solo per farsi un bagno rischia di lasciare l’amaro in bocca. E comunque ogni pietra qui ricorda cos’era e ciò che ha passato. Se si arriva da Stintino il primo impatto è il carcere di massima sicurezza di Fornelli sovrastato dal Castellaccio e se invece sbarchi da Porto Torres sei subito in mezzo al Lazzaretto e alle sue camerate gigantesche e poco più in alto alla tua sinistra c’è l’Ossario dei prigionieri della Grande guerra.  

(nella foto, l'unica strada in cemento che attraversa l'isola per tutta la sua lunghezza; spesso non è possibile uscire dal tracciato neanche a piedi)


E continuerà così per tutto il giorno, la Storia, spesso una brutta storia, a sovrapporsi e a nascondersi ai colori di una natura a cui non siamo più abituati, ai tanti animali che spesso non sanno di dover temere l’uomo e al mare che ti circonda ovunque ti giri, minaccioso o dolce, cupo o incredibilmente cristallino a secondo dell’ora del giorno o dell’umore del sole e del vento e delle nuvole.

(nella foto, una delle zone a protezione integrale mostra come dovevano essere le coste della Sardegna prima del boom economico degli anni sessanta e dell'avvento del turismo di massa; la mano dell'uomo qui compare solo nei cavi elettrici in primo piano, in una costruzione diroccata sugli scogli e in una torre di avvistamento in lontananza)

 


La Storia che è fatta di episodi che potevano accadere solo qui, come l’unico evaso certificato dell’Asinara, quel Matteo Boe che per alcuni è ancora leggenda, che si è buttato in acqua sfidando gli squali e nuotando fino alla Corsica o non si è manco bagnato perché lo attendevano col motoscafo sulla riva. Di certo c’è solo che ha ottenuto non si sa come (favori, minacce, paura, rispetto) il regime di delinquente comune (quelli che sull’isola durante il giorno giravano praticamente liberi per rientrare in cella solo la sera) e all’Asinara non si è più visto; catturato dopo anni di latitanza e molti altri reati finirà in un carcere del Continente, dove il suo nome non potrà più aprirgli tutte le porte.

(nella foto, l'Asinara sembra lontana poche bracciate a nuoto dalla spiaggia della Pelosa e in più c'è la piccola isola Piana nel mezzo a fare come da salvagente, ma in realtà è un tratto di mare dominato da forti correnti corresponsabili anche della progressiva erosione della spiaggia più famosa di Stintino)


O come quando a finire in “prigione” perché lo Stato non aveva altro modo per garantire loro la sicurezza furono i giudici Falcone e Borsellino, portati in gran segreto a Cala d’Oliva per preparare il maxi processo alla mafia, a due passi dal bunker in cui lo Stato cercava di cancellare dalla Storia il detenuto dell’Asinara per eccellenza, quel Raffaele Cutolo autoproclamatosi capo dell’anti-Stato, per cui era stato riadattato apposta un mini carcere di sicurezza dall’altra parte dell’isola rispetto a Fornelli. Il sepolto vivo, come scriveva di sé Raffaele Cutolo alla moglie.

(nella foto, il cortiletto dove Raffaele Cutolo prima e Totò Riina poi trascorrevano l'ora d'aria nel bunker a Cala d'Oliva, ora sede di un museo sulla lotta alle mafie gestito dall'associazione Libera; la grata sulla sommità serviva per scongiurare qualsiasi tentativo di evasione con un elicottero)


O come, per ultimo, il cannone di Cala d’Oliva, che forse però difendeva il Castellaccio o era solo una preda di guerra ma comunque alcuni operai provarono a farlo evadere spacciandolo per ferrovecchio e invece furono scoperti al momento di andar via e così il cannone ora è per sempre qui, perfettamente inutile davanti al mare e baciato dal sole.


Perché è questa la suggestione che l’Asinara ti trasmette, che sia lei a decidere: pensi che puoi andartene quando vuoi e invece il tempo cambia e devi correre alla barca subito oppure il mare si ingrossa tanto e da Stintino a prenderti non vengono più e puoi solo aspettare.

E quando alla fine del giorno ci ritroviamo di nuovo sul traghetto per Porto Torres, facendo la conta delle foto scattate, delle cose viste e delle emozioni provate un po’ capisco il padre del mio compagno di scuola che appena poteva all’Asinara, all’Isola del Diavolo come la chiamavano, le voltava le spalle.

(nella foto, davanti al carcere di Fornelli si apre una piana brulla e arida che guarda verso la Sardegna e dove appena si alza il maestrale è difficile non essere contenti di essere solo dei visitatori a tempo)